Filippo Caruso (1884-1979)


Generale di Divisione dei Carabinieri (Casole Bruzio, Cosenza, 24 agosto 1884 - Roma, 12 settembre 1979) - Medaglia d'Oro al V.M..

Di famiglia con forti tradizioni risorgimentali, concluso il Liceo si diede alla carriera militare. Combatté in Libia nella guerra italo-turca (1911-12) e poi, trasferito col grado di tenente nell’Arma dei carabinieri, nella prima guerra mondiale. Durante questo conflitto fu decorato con due Medaglie di bronzo e promosso capitano. La carriera di Caruso si svolse quindi tra l’Alto Adige, la Dalmazia, Firenze, Trieste, Livorno e poi ancora Firenze, come tenente colonnello, dopo essersi laureato in Giurisprudenza. L’alto ufficiale comandò, quindi, gli Allievi Carabinieri a Torino e diresse l’Ispettorato generale di P.S. in Sicilia.

Nel luglio 1937 fu promosso colonnello ed assunse il comando della Legione di Ancona.
Promosso generale di Brigata nel gennaio 1942, nel marzo 1943 venne congedato a domanda. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, avvalendosi del suo prestigio e del suo carisma, organizzò in reparti (circa settemila uomini) i carabinieri sbandati e li diresse nella lotta di resistenza in Roma e nella lotta clandestina in tutta l'Italia occupata dai tedeschi. Arrestato il 24 giugno 1944, riuscì ad evadere in coincidenza dell'entrata in Roma delle truppe alleate. Considerato in servizio dall'8 settembre 1943, riorganizzò dal luglio 1944 all'aprile 1945 i reparti territoriali dell'Arma dissolti dagli eventi bellici nell'Italia Centrale, quindi, a disposizione dei Comando Generale dell'Arma, ebbe incarichi ispettivi e di elevazione spirituale nei reparti Carabinieri dell'Italia meridionale. Dal luglio 1946 comandò la 2a Divisione Carabinieri "Podgora" e dall'aprile 1949 fu a disposizione del Ministero Difesa-Esercito per incarichi speciali. Fu collocato in congedo assoluto nell'aprile 1957 con il riconoscimento di Grande Invalido di guerra.

Per l'opera svolta al comando delle formazioni partigiane Carabinieri e per il comportamento eroico tenuto di fronte all'invasore, venne decorato della Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

All'atto dell'armistizio, sebbene non più in servizio, si schierava contro l'aggressore tedesco formando e alimentando personalmente le prime organizzazioni armate clandestine. Comandante di formazioni partigiane di carabinieri operanti in Roma, identificato e tratto in arresto, malgrado la minaccia delle armi, riusciva, dopo furibonda colluttazione con gli scherani nemici, ad inghiottire documenti compromettenti per la vita dei suoi più diretti collaboratori. Tradotto al carcere di via Tasso e sottoposto ad estenuanti interrogatori e crudeli sevizie, manteneva contegno fiero e sprezzante rifiutando qualsiasi rivelazione pur non avendo taciuto la sua qualità di comandante di bande armate. Alla vigilia della liberazione, nell'imminenza dell'esecuzione capitale decretata nei suoi confronti dal nemico, pur consapevole della sorte che lo attendeva, con sovrumana serenità e con stoicismo di martire scriveva alla moglie parole sublimi di esortazione e di rassegnazione ed espressioni nobilissime per il destino della Patria e delle persone care. Incuorava poscia i compagni di prigionia, esaltandone il sacrificio e lanciava in faccia agli sgherri teutonici il grido irrefrenabile "Viva l'Italia". Evaso miracolosamente all'ultima ora ed ancora dolorante e sanguinante per le gravi ferite infertegli dai suoi aguzzini, correva a riprendere il comando dei reparti carabinieri operanti a tutela della Capitale. Segnava così traccia leggendaria delle sue virtù militari e del sublime amor di Patria - Italia occupata, 29 maggio - 4 giugno 1944.
(tratto dal sito www.carabinieri.it)

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